Le
bombolette spray ad ogni curva che la macchina faceva tintinnavano rumorosamente,
il suono metallico che producevano durante la guida gli metteva serenità. Gli
spray erano buttati alla rinfusa nel portabagagli ed al minimo movimento brusco
sbattevano tra di loro cantando allegramente. Prima le sentivi rotolare e poi
scontrandosi una addosso all’altra, sembrava si divertissero come bambine in
mezzo ad un prato, facendo più chiasso gli fosse possibile.
La
settimana era stata una di quelle più tranquille dal punto di vista della
salute ed al contrario una di quelle più rischiose dal punto di vista legale.
Ultimamente era tornato a colpire i vagoni ormai distrutti della linea B di
Roma. Tutte le volte che era stato in yard, dal deposito della metro era riuscito
ad andarsene felice e soddisfatto del lavoro compiuto a termine. Che fosse la
notte o mezzogiorno spaccato non faceva differenza, se stava in compagnia o da
solo neppure, l’unica cosa di cui era veramente certo era che la voglia di
scrivere era tornata e così stava dando sfogo alla sua sete di metallo e
vernice. Il più delle volte a Magliana, il deposito più grande della linea B, si
era costretti a scappare, i vigilantes vegliavano sul deposito con un certo
accanimento ed il rapporto tra writer e guardie non era mai stato tra i
migliori. Su quelle banchine non c’era volta in cui non si era costretti a darsela
a gambe levate e così nel momento in cui si scavalcava la recinzione ci si
metteva immediatamente in testa l’idea che finchè qualcuno di turno non si
fosse accorto di te, si sarebbe rimasti dentro il più a lungo possibile, salvo
quelle rare volte in cui si riusciva a terminare la vernice prima che qualcuno
si mettesse a tirarti sassi o correrti dietro.
La
frenesia, il piacere e la passione per quella disciplina sono difficili da
spiegare se non le si hanno mai vissute di persona, ci sono una miriade di
elementi che contribuiscono a rendere unica ed inimitabile quell’arte proibita.
Le attese sotto al sole o al buio illuminati dalla luna, l’odore di un binario,
aroma inconfondibile e il rumore dei sassi lungo i binari che scricchiolano e
sfregano tra di loro sotto le suole delle scarpe più logore, l’adrenalina che
sale con la consapevolezza di trovarsi in un luogo in cui è vietato l’accesso,
le corse e fughe inseguiti delle guardie infuriate come non mai, gli spari di
pistola, le pallottole che fischiano in aria e ti fischiano accanto, il calore sprigionato
dall’asfalto bollente che deforma la tua visuale; si potrebbe proseguire per
molto ancora, perché erano veramente innumerevoli le cose che lo facevano impazzire
di quei momenti, ma forse la cosa che più lo incantava era il fatto che in fin
dei conti il writer è come se vivesse due vite parallele ben distinte tra loro,
di giorno si è lo studente composto ed educato che studia e lavora, invece di
notte presi gli spray in mano ci si trasforma in qualcun altro, un criminale,
un vandalo, un artista illegale in incognito per gli occhi della società. Sentiva
il writer come il suo alter ego, vivendo una doppia vita come nei suoi fumetti
di supereroi, e celando la sua identità segreta.
Quella
sera a Trastevere era sceso sul tardi, precedentemente era stato a cena da
Claudia con i genitori, avevano visto un film insieme a loro e poi si erano
sdraiati un po’ sul letto continuando a vedere la TV, poi fatto un po’ di sesso e considerata l’ora
aveva deciso di scendere giù a Trastevere anche se a lei non andasse così
tanto, infatti poi Claudia rimase a casa e lui uscì da solo. Passato a piedi
per il S.Calisto e vedendo che in mezzo alla folla brulicante di visi, braccia
gesticolanti e giacche colorate non ci fosse nessuno che colpisse la sua
fantasia decise di dirigersi verso Ponte Sisto, passando per vicolo del Bologna
e piazza Trilussa. Durante il tragitto si fermò in un bar per acquistare una
Ceres e sorseggiandola mentre meditava ancora se andare o meno all’arrembaggio,
fece un’incontro in mezzo a tutte quelle persone a piazza Trilussa che fugò ogni
suo dubbio sul prossimo futuro.
Un
suo compagno d’università, writer anch’egli, ed a cui si era legato molto quel
periodo tanto da frequentarlo anche al di fuori degli studi ed esami, stava
bevendo una birra in compagnia di qualche altra sua conoscenza, nell’immediato istante
che lo avvistò, gli andò incontro e gli propose l’affare senza pensarci su due
volte, l’altro allettato dall’idea di dipingere la metro, cosa che a lui non
capitava spesso, diede subito conferma. In quel preciso istante i due erano
molto contenti ed adrenalinici, pianificavano la loro idea di serata perché ancora
non sapevano che per entrambi quella sarebbe diventata una notte molto lunga,
una di quelle notti che difficilmente si dimenticano per il resto della propria
vita. Aspettarono il momento e l’ora adatta per mettersi in moto e partirono in
automobile alla volta del deposito più amato dal protagonista del nostro
racconto. La notte, durante quel periodo, per dipingere non era il massimo
della tranquillità, infatti le volte in cui gli era andata meglio erano state
tutte durante le ore del giorno con il sole che splendeva alto nel cielo, ma la
voglia era tanta quella sera tanto da fargli pensare che il solo tentativo
valesse la pena. Percorsero viale Marconi ad andatura sostenuta tanto era il
magnetismo che li spingeva verso il metallo, mentre guidava, dava delle dritte,
consigli e nozioni all’altro su come si sarebbe dovuta svolgere la loro
missione. Spiegava come sarebbero entrati, dove avrebbero lasciato l’auto, da
dove sarebbero potute arrivare sorprese amare, dove andare a rifugiarsi nel
caso di imprevisti, dove nascondersi nei momenti di stallo in cui fossero
uscite delle guardie per le loro ronde notturne etc, etc… Il deposito per ogni
writer che si rispetti, diventa familiare come un campo da gioco per uno
sportivo, è il luogo dove si gioca l’unica partita che può darti come vittoria
un vagone della metro che gira in città con il tuo nome sopra.
Mentre
parlava erano arrivati di fronte un canile che distava non troppo dall’ingresso
improvvisato da dove avrebbe voluto intrufolarsi con l’amico, parcheggiarono,
scesero dalla vettura e si incamminarono lungo la via del Mare, arrivati
all’imbocco fece mettere l’altro da una parte e lui decise di entrare in
avanscoperta. Scavalcò la ringhiera e poi la rete che lo divideva dai treni
fermi, immoti come animali addormentati sui binari e lungo le banchine silenziose,
illuminate dai pali della luce sistemati a distanza identica l’uno dall’altro.
Arrivato
ai treni si affacciò cautamente e in silenzio sulle banchine per vedere se ci
fosse movimento, era tutto avvolto in una stasi che non lo faceva star bene.
Era tutto troppo tranquillo. Lui avvertiva che c’era qualcosa che non andava
nel verso giusto, c’era un non so che nell’aria che non lo faceva stare
tranquillo, era tutto troppo semplice tanto da rendere la cosa surreale, gli
sembrò di vivere un quadro di De Chirico. Le luci gialle ed immobili dei
lampioni proiettavano lunghe ombre, che disegnavano forme geometriche tutto intorno,
nessun rumore arrivava al suo orecchio, nemmeno il vento sembrava che tirasse
in quel momento, era tutto identico all’istante precedente e a quello dopo, il
tempo si era fermato. Ad un tratto un sasso sotto di lui si mosse e provocò un
leggero rumore che spezzò l’incantesimo da cui era stato stregato, scosse per
un poco la testa da sinistra a destra e decise trattenendo il respiro di
entrare anche dentro al capannone per assicurarsi che non ci fossero sorprese
dietro l’angolo. Il capannone era illuminato che sembrava fosse giorno al suo
interno, passò dietro un treno, ma non riuscì a vedere o sentire anima viva.
Accertatosi che ci fossero solo loro nelle vicinanze, tornò indietro a chiamare
l’amico.
-
Ahò!
Come è andata?
-
Sembra
tutto tranquillo…
-
Allora
da paura, no? Che dici se po’ fa?
-
Te
dico a verità, è tutto troppo tranquillo. A me sta cosa non me piace pe niente,
me puzza na cifra…
-
Dici?
-
Dico
sì… Comunque vabbè, se semo arivati fino qua a sto punto famo de corsa, ‘na
volata e se damo come ‘r vento, daje scavarca!
L’altro
messo un piede dopo l’altro sulla ringhiera scavalcò e si trovò anch’egli
dall’altra parte. Di nuovo superarono la rete e decisero di salire in banchina
per farsi un “top to bottom colorato” a testa. Poggiati gli spray sull’asfalto
delle banchine iniziarono a dare le traccie. I colori si mischiavano con gli
strati di vernice vecchi di anni che stavano sui fianchi devastati dei bestioni
di ferro, lui continuava a non essere assolutamente tranquillo, ed era lui
quello esperto del posto, infatti durante tutto il tempo che stettero là sopra
scese ben tre volte per andare ad accertarsi che tutto continuasse a scivolare per
il verso giusto. Niente non c’era niente che riuscisse a vedere, eppure nel mentre
in cui riprendevano a dipingere era sicuro di sentire, anche se nascosto dal
soffio delle bombolette, che ci fossero dei sassi che sbattevano come se
qualcuno stesse camminando e che si stesse avvicinando verso di loro. Dopo la
terza volta che scese, avvertì l’altro – Sbrigate a da l’outline che questi sò
arivati, lì sto a sentì, sbrighete! – Appena girò la testa finita la frase, si
accorse che dietro al palo della luce, prima della scaletta che permetteva di
salire in banchina, c’era un uomo vestito in blu che ci si nascondeva dietro.
Lui lo vide, l’altro iniziò a tirargli sassi ad altezza viso, sulla banchina
tra i due treni lo spazio in cui divincolarsi diventa molto ridotto e la
possibilità di essere colpiti è veramente molto alta. I due scapparono,
iniziarono a percorrere l’unico spazio che gli era concesso, ossia la lunghezza
del treno. La banchina in quei casi diventa come un vicolo cieco, perché
probabilmente correndo verso la fine del treno, uno ci si allontanava dal punto
di ingresso, ma soprattutto si correva il rischio di correre in braccio alle altre
guardie che aspettavano dal lato opposto del treno. Infatti come ci si poteva
aspettare così fu, appena scese le scalette sbucò da dietro la locomotiva un
altro uomo in divisa blu, il nostro amico lo spinse istintivamente battendogli
la mani in pieno petto, quello cadde in terra sbattendo il sedere al suolo. La
loro corsa continuò in direzione della rete, che una volta scavalcata insieme
alla ringhiera in questo caso sbucava sui binari del lido, il treno
metropolitano per ostia, però stavolta ben distanti dal loro punto d’ingresso.
Dalle fratte al bordo della strada ferrata spuntò un’altra guardia con tanto di
torcia in mano che li intimò di fermarsi immediatamente, di certo i due non ci
pensarono neanche per un secondo e proseguirono la fuga in direzione della
stazione di Magliana. Correndo verso la stazione si riavvicinavano all’uscita,
ce l’avevano quasi fatta. Arrivarono sbattendo violentemente le braccia alla
ringhiera, scavalcarono e uscirono con un balzo all’esterno. Era buio per
strada e ripresa la corsa il nostro amico non vide una catena tirata da un palo
all’altro di fronte a lui, e scattando la prese in pieno petto. Paradossalmente
quell’incidente lo salvò, perché gli permise di non andare in braccio alla
macchina dei metronotte parcheggiata nell’oscurità. In un millesimo di secondo le
luci si accesero, un guardiano era di fuori con la pistola in mano – Fermi o
sparo! – Non si fece mancare l’intimidazione, che però non ebbe buon esito,
tutti e due voltarono la schiena e quella ringhiera appena scavalcata, veniva
superata ancora con un balzò fulmineo di nuovo verso l’interno. Nel mentre le
giacche blu degli altri inseguitori sul binario, si erano fatte molto più
nitide e le voci molto più vicine tanto che si potevano benissimo ascoltarle.
Un passo dopo l’altro l’inseguimento continuava ed iniziava a far barcollare il
nostro amico avendo bevuto, fumato e poi assaporato qualche sostanza qua e là, però
senza eccedere come sua consuetudine, la sua vista ad ogni modo iniziò ad
appannarsi , finchè non vide completamente nero, buio pesto e cadde giù lungo
la parte ripida e scoscesa al fianco del binario. Si immerse completamente
all’interno di un rovo, che costeggiava un muro grezzo di mattoni ruvidi e
grigi, con l’ultimo spiraglio di forza e
lucidità, riuscì a tirarsi ancora su e scavalcare quell’impervio ostacolo che
lo divideva con qualche difficoltà da una proprietà privata a lui ancora ignota.
Cadde malamente a terra, non riusciva più a respirare bene era entrato in un
completo stato di iperventilazione, il cuore batteva all’impazzata, gli
facevano malissimo i polmoni per tutta quell’aria gelida che aveva respirato a
più non posso e così iniziò a rigettare i pochi resti della cena insieme ad un
mare di succhi gastrici, acidi da morire, che gli facevano contorcere il viso
piegato dagli sforzi e spasmi sofferti dallo stomaco. Nel mentre arrivò anche
l’altro stremato come l’amico, si guardarono intorno, dal momento in cui erano
entrati in quel luogo non erano quasi più riusciti a sentire niente che non
fosse l’abbaiare impazzito di mille cani inferociti, erano cascati nella gabbia
di uno dei cani del canile lì accanto e adesso dovevano trovare un qualche
rifugio. Usciti dalla recinzione, iniziarono a scorgere sia i fasci gialli
luminosi sparati dalle torce degli inseguitori, sia le finestre del guardiano
che si accendevano una dopo l’altra, così presi dall’agitazione, riuscirono a
trovare un gabbiotto basso e vuoto usato come cuccia per cani, entrarono
immediatamente senza pensarci su due volte, accucciandosi e camminando quasi
carponi. La pianta di quella piccola costruzione era fatta come una E
maiuscola, quindi offriva come una corridoietto separato da un muretto interno
che offriva una qualche possibilità di riparo dalla vista esterna. Si
schiacciarono nello spazio in fondo, sperando che se avessero cercato non
avessero cercato così in fondo. Erano la quattro di notte e loro erano in una situazione
più che spiacevole. I passi e le voci si facevano più forti, la gabbia
costeggiava con un lato la ferrovia quindi per loro era possibile ascoltare
tutto quello che dicevano i loro aguzzini, mentre i cani con un po’ di tempo
smisero d’abbaiare. La torcia del guardiano si fece vedere in giro, si affacciò
lì accanto a loro, la luce spizzava gli angoli del muretto come un giocatore di
Texas Hold’em fa con la carta appena tirata su, ma fortunatamente non successe
nient’altro di allarmante per almeno quel momento. Nell’istante in cui si
accertarono che chi li stava cercando non aveva capito che fine avessero fatto
tirarono tutti e due un sospiro di sollievo. Anche il guardiano del canile
finito il suo giro e assicuratosi che niente fosse fuori posto si convinse che
poteva anche tornarsene a dormire un pochino e così fece. I lampeggianti delle
sirene delle macchine della vigilanza sfrecciavano sulla via del Mare
ininterrottamente, i due vandali gli erano riusciti a scappare e questa cosa
non gli andava giù, per giunta dovevano essere ancora convinti che i fuggiaschi
non dovessero essere poi così lontano tanto che non mollarono la presa per
parecchio tempo ancora. Ripreso fiato i due universitari si consultarono “a
tavolino” per così dire e decisero che l’unico momento buono per scappare doveva
essere intorno alle sei del mattino, visto che il servizio di trasporto cominciava
di nuovo e il rumore del treno poteva essere l’unica cosa che coprisse i loro
passi sul brecciolino. I loro passi infatti appena usciti dal gabbiotto e
arrivati sul selciato davano inizio ad un coro d’ululati e latrati che i cani
di guardia non aspettavano a far mancare ad ogni tentativo di fuga. Passarono
due ore rannicchiati al freddo e con un’umidità che faceva battere i denti. Fatte
le sei, il sole cominciava a rischiarare l’orizzonte tutto intorno al deposito,
e loro preso il coraggio a due mani attaccarono a correre verso il cancellone
del canile per scavalcarlo il più velocemente possibile. Balzati dall’ altro
lato della barriera architettonica, si apprestarono ad attraversare la via del
Mare saltando il Guard Rail con un balzo. Si intrufolarono nel canneto
dall’altro lato della strada per togliersi dalla vista delle automobili di
passaggio, anche perché con la luce individuarli era diventato molto più
semplice. Passate le canne e i rovi, dall’altra parte si stendeva in tutta la
sua lunghezza la corsia ciclabile. Pensavano che ormai raggiunta quella
avessero quasi toccato con un dito la libertà, quando la loro soddisfazione fu
brutalmente distrutta dall’avvicinarsi repentino degli abbaglianti di una
macchina che correva sfrecciando lungo il tragitto ciclabile. Si gettarono
senza starci a pensare tra il canneto alla loro destra, quella che stava
passando di corsa era una delle vetture che li stava ancora cercando, non
potevano crederci, non era possibile! Questa situazione gli fece abbandonare la
speranza di tornare alla macchina, era completamente esposta al controllo
costante del Security Service, così decisero di dirigersi a piedi verso viale
Europa e da lì chiamare un taxi. Dopo un lungo camminare, approdarono alla più
vicina cabina telefonica, i loro documenti, telefoni, soldi e chiavi erano stati
lasciati custoditi in macchina e di conseguenza adesso per loro erano irraggiungibili.
Chiamarono il taxi con l’intenzione di passare dalla macchina e vedere la
situazione, nel caso non fosse stata delle più gradevoli avrebbero optato per
dirigersi verso casa di lui, perché la più vicina e dove avrebbe svegliato il
fratello per farsi aprire e prestare i soldi per il tassista. Procedevano lungo
la via del Mare quando arrivati in prossimità dell’auto si accorsero che questa
era completamente circondata da divise e cappelli, niente da fare quindi
bisognava dirigersi verso casa. Il fratello di lui all’ascolto del racconto e
finito di pagare il tassista non potè che farsi sfuggire un’espressione di
sconforto e tristezza per il fratello maggiore. L’altro silenziosamente abbassò
lo sguardo e proseguì verso la sua stanza con l’amico per prendersi un po’ di
meritato riposo. Fortunatamente i genitori erano partiti in quell’occasione e così
riuscì ad evitarsi almeno quelli loro di sguardi. A pranzo una volta svegliati,
con l’amico al seguito presero la macchina della madre per andare a recuperare
l’altra lasciata incustodita da tutta la notte, ma non si aspettavano che anche
questa semplice azione si sarebbe rivelata più complicata del normale.
Arrivati
di nuovo alla macchina parcheggiata, la scena che gli si presentava davanti gli
occhi era la stessa della mattinata solamente amplificata, se prima là intorno
c’erano tre guardie adesso le guardie erano diventate sette e tra l’altro
discutevano anche molto animatamente tanto che i due scoraggiati decisero di
ritentare più tardi. Verso le quattro del pomeriggio la situazione sembrava
essersi calmata finalmente, ma quella che gli si mostrava sotto gli occhi
attenti era solamente un’illusione. Accostata la macchina ancora accesa alla
vettura parcheggiata e di corsa aperta la portiera, il padrone si diresse verso
la sua auto, ma lo spettacolo che gli si presentava davanti gli occhi increduli
non era dei più soddisfacenti, la vettura era stata completamente danneggiata,
le luci con gli stop erano scoppiati a suon di calci, tutte le fiancate con
cofano e portellone rigate pesantemente con un mazzo di chiavi, la serratura scardinata
e aperta la portiera dal cruscotto erano stati prelevati novecento euro che il nostro
amico aveva furbamente pensato di lasciare lì per non portarseli dietro, i
documenti con i nomi e indirizzi erano stai rovistati e come se non bastasse
avevano trovato l’unico spray superstite alla nottata. Mentre stava
smaddonnando ad alta voce e sbraitava contro le forze dell’ordine venne
accostato da uno dei metronotte che come per magia sbucò dal nulla, nascosto in
un cespuglio e lasciato là da qualche parte in attesa che il padrone della Golf
fosse tornato indietro. Quest’ultimo avvicinatosi con fare furtivo una volta
raggiunto il ragazzo che imprecava commentò – Certo che je avete fatto rode r
culo forte sta notte, eh? – ed aggiunse – non so mica che avete combinato, ma
ve consijo de pijavve la robba vostra alla svelta e de filà, anche perché se me
dovessero vedemme qui co voi me fate passà n guaio pure a me e ve lo dico da
amico… Questi non ve vojono denuncià o che, questi ve pistano proprio, quindi sbrigative,
dateve e pure de corsa!- Il ragazzo, incredulo dell’accaduto, senza emettere
verbo acciuffò tutta la roba che rimaneva da prendere, scattò di nuovo sul
sedile in macchina con l’altro e se la diedero a tutta birra.
-
Sti
fiji de na mignotta! Mortacci loro e de sti pezzi demmerda! –
-
Porca
puttana, n sai quanto me dispiace… -
-
Dimmelo
a me, mò che je dico a mi padre, che palle! –
-
Poi
mò come te la vai a riprenne? –
-
Cor
caroattrezzi pefforza, so pure artri sordi… Lascia perde non vojo sta a parlà
de soldi… -
Tornato
ancora una volta dal fratello minore, escogitarono un racconto tale che potesse
reggere nel qual caso avesse dovuto anche giustificarsi con Carabinieri o
Polizia, perché da come si erano messe le cose, tutto lasciava presagire che ci
sarebbero stati ancora non pochi ostacoli per portare in salvo la macchina
verso casa, o almeno quel che ne restava. Chiamato il carroattrezzi e fattosi
venire a prendere, si diresse verso il parcheggio dando di svolta in svolta le
indicazioni per raggiungere la vettura disastrata. Raggiunta la via del Mare in
un battibaleno furono prima accostati e poi seguiti da una volante del Security
Service che non si dimenticò di chiamare anche i Carabinieri. Sceso dal carro,
quindi iniziò immediatamente un fantastico racconto \ episodio di lui ubriaco
diretto ad Ostia per andare in un locale a ballare col fratello, che però preoccupato
per le sue condizioni lo costrinse ad abbandonare la macchina per sicurezza sua
e stradale e a proseguire il viaggio con lui nella sua vettura. Nessuno crebbe
a quella storia, ma in ogni caso nessuno poteva dire con certezza che fosse stato
lui uno dei due fuggiaschi nella notte. Contestò anche il fatto che il
metronotte sapesse cosa ci fosse all’interno della sua Golf, quando in realtà
ne sarebbe dovuto essere all’oscuro. Chi aveva danneggiato l’auto in quel modo?
Quale poteva essere la ragione per la quale un’automobile venisse distrutta in
quella maniera, lasciata semplicemente parcheggiata in un luogo per una notte? Dopo
una lunga discussione, venne fatto andar via e gli fu permesso di riportare
indietro il rottame. I genitori tornarono la sera stessa più tardi e furono
costretti ancora una volta a dover sottostare ad una lunga serie di scuse e
giustificazioni. Il rischio per la salute, la fedina penale, i soldi, la
macchina, lo spavento, la costante ansia in cui li faceva vivere, tutti i tasti
vennero toccati come sempre. Ancora una volta era tornato a casa sano e salvo,
ma la macchina non poteva dire lo stesso, ancora una volta i danni furono tanti
e ancora una volta le ripercussioni si sarebbero fatte sentire a lungo raggio.