É Tutto a Posto.
Capitolo Due.
Piove Sempre sul Bagnato.
Ormai pioveva proprio di brutto, gli piaceva godersi
la pioggia in macchina, ascoltare il suono delle gocce infrangersi sul
parabrezza gli metteva addosso un senso di sublime. Il rapporto con quel’acqua
che cadeva gli faceva pensare a quanto siamo insignificanti di fronte al cosmo
intero. Piccoli, tanti, troppi per prenderci in considerazione sul serio, non
siamo nulla pensava tra sé e sé. Questa idea lo portava a fare considerazioni
pericolose, gli faceva vedere il tutto come se fosse privo di significato e di
importanza. La nostra realtà come qualcosa di totalmente effimero, un qualcosa
di passaggio, le sue considerazioni erano del tutto pessimistiche. Quel suo
pessimismo gli poggiava davanti agli occhi un velo che non gli faceva poi
vedere le cose che contano veramente, i suoi interessi, il suo amore e la sua
famiglia erano come offuscati, visti da lontano, un qualcosa di sbiadito che
dava parvenza di benessere. Il benessere che lui non riteneva necessario e che
per gli altri era tutto quello di cui si ha bisogno.
Pioveva, pioveva di fuori e pioveva sulla sua testa.
La pioggia lo aiutava a pensare, doveva pensare, ma ogni tipo di pensiero era
doloroso, l’università che andava a rotoli, i soldi che aveva perso, i soldi
che spendeva per soddisfare i suoi vizi, che poi non erano mai soddisfatti,
Claudia che rompeva, tutto gli andava male, ma in cuor suo era tutto a posto,
sarebbe passato anche questo periodo. Nel suo cervello si accavallavano
pensieri ed ipotesi con le quali avrebbe potuto fare soldi, “Svoltare!”. Ognuna
di queste, di queste idee ed azioni ne scatenavano altre di conseguenza che lo
portavano sempre di più a distaccarsi da quelli che poi erano i suoi veri
interessi.
Il meccanismo che aveva messo in moto era
prepotente, lo costringeva ad azioni forzate e concatenate tra loro.
Stringeva i denti e continuava, insisteva nel suo
declino e delirio, in cui vedeva ancora una parvenza di luce, chissà data da
cosa. Iniziavano a venirgli i brividi lungo la schiena, la pelle gli si
accapponava addosso. Il sudore portava con sé l’idea del fatto che era proprio
ora di darsi una mossa, chiamare, doveva fare la chiamata che lo avrebbe fatto
rilassare almeno per un po’ d’ore.
Una combinazione di numeri su una tastiera del
cellulare, una voce dall’altro lato che acconsentisse a passare e sarebbero
finiti i problemi, anche se per poco, sarebbero finiti.
Lasciava Claudia all’università e poteva dirigersi
verso l’illusione di quel piacere che tanto voleva, lo desiderava. Il suo
piacere preferito era lei. La cosa che più lo faceva star bene si chiamava
Eroina, lo cullava e gli dava la forza di reagire e di credere che “tutto era a
posto”.
<Clà, allora se sentimo più tardi, famme ‘no
squillo quanno hai fatto, ok?>
<Va bene, ti chiamo dopo. Fa il bravo non fare
cazzate, che non se ne può più. Ti voglio bene.>
<Ciao Clà. Ti voglio bene anch’io lo sai questo
no?>
<A più tardi allora. Ciao caro>. Claudia era
stata portata all’università e ora si allontanava. Era di nuovo solo.
Ultimamente era molto più il tempo che passava da solo che quello in compagnia.
Non gli interessava assolutamente. Meglio solo che male accompagnato. Ma negli
ultimi tempi la sua compagnia, la compagnia di se medesimo non era affatto
buona. La mano scivolò sul suo Nokia, a seguire venne composto il numero che
gli serviva e partì la telefonata che doveva fare.
Tuuu … Tuuu … ascoltava con ansia il telefono
libero, poi una voce di donna gli rispose. Lui fece un sospiro di sollievo. Si
sentiva già meglio.
Lei lo rassicurò dicendogli che potevano vedersi
entro breve. Lei aveva bisogno di un pacchetto di Philip Morris One sigarette
per lui inconcepibili ma che non rifiutò di andargli a comprare.
<Un pacchetto di Marlboro rosse morbide, Philip
Morris One, un Bic grosso e questi.> Prese due Chupa Chups alla Coca Cola
dal cestino sul bancone e pensò a quando c’era la lira. Quelli sì che erano bei
tempi, il valore delle cose era molto più basso e lui era molto più ricco di
adesso.
Uscito dal bar si avvicinava alla macchina ed un
cane gli stava facendo pipì su una ruota. Sorrise. Amava i cani poi i Boxer li
adorava e quello che faceva il bisogno sulla sua vettura apparteneva alla
razza. Grande, slanciato e tigrato.
<Gordon! Ma che fai! Lo scusi, guardi non sò come
scusarmi>. Disse la padrona.
Dopo un sorriso smagliante lui rispose. <Niente.
Non fa niente. Si figuri, magari porta pure bene.>
Aprì lo sportello, spingendo il tasto sulla sua
chiave ed entrò. Accese una sigaretta, cintura di sicurezza allacciata e via.
Partiva, verso la sua “Amicanemica”.
Arrivato al cancello parlò di nuovo al telefono.<Sto
qui fori, che fai scendi o salgo?> chiedeva.
<Scendo io, che così porto giù anche Misha>.
<Vabbene sto qui. Cià>.
La spacciatrice anche aveva un cane, un pastore maremmano
immenso e cattivo. Dallo specchietto lui lo vide che usciva dal cancello, a
seguire la padrona con il suo regalo in mano. Felicità. Nei suoi occhi ora
c’era una scintilla di vera felicità, la si poteva vedere da lontano. I suoi
drammi almeno per un po’ di tempo si stavano allontanando per essere sostituiti
dalla gioia chimica da lui tanto agogniata.
<Tutto bene?>
<Sì te? Con Claudia come procede?>
<Tiramo avanti. Semo stati mejo, su questo n ce
piove.>
<Tieni, sbrigati. Toglilo di mezzo. Non ti far vedere
dai vicini, che guardano sempre.>
<Tranquilla. Già fatto. Che stai a fà
stasera?>
<Sto a casa, niente di eccezionale.>
<Capito … senti io vado. Che me devo sbrigà. Se
sentimo sti giorni.>
<Ciao bello>.
<Ciao, stamme bene. ‘N te sciupà.> Dati i
cinquanta euro alla ragazza rialzava il finestrino ricco di goccioline d’acqua
piovana.
Ora poteva anche darsi la botta che lo avrebbe
rimesso in carreggiata per la serata. Il posto era sempre il solito, una vietta
lì vicino lontana da occhi indiscreti. Aprì la sua busta, poggiò la polvere
bianca su un cd che aveva in macchina, schede alla mano, banconota arrotolata.
La guardava e sorrideva, il pippotto si infilò nella narice di sinistra. Shhh!
… inalava. Già sentiva i suoi muscoli distendersi. La sua pupilla si
rimpicciolì vistosamente. Stava chiaramente fatto. Era quello che voleva.
Accese di nuovo una Marlboro. La assaporava, era gustosa ora che stava
allucinato in quella maniera. I suoi occhi si chiudevano. Un dolce sonno lo
avvolse. Erano solamente le cinque del pomeriggio, aveva di fronte a sé tutta
un’altra giornata della sua solita routine.
<Come posso rimediare soldi adesso?> Si
angustiava per porre una risposta al quesito. Doveva farsi abbuffare da
qualcuno qualcosa da vendere. Cosa?
Cocaina? Fumo? Erba? Ketamina? Quale tra le quattro
sostanze? Non aveva importanza anche tutte e quattro insieme. Non c’era
problema per lui, bastava che si vedessero soldi, e soldi facili sarebbero
stati.
In tutto ciò continuava a scendere la pioggia sulla
città di Romolo e Remo, la capitale d’Italia. Amava la sua città, quel giorno
il cielo su Roma era torbido e nero, non trapassava neanche un raggio di sole.
Dava come l’impressione che non ci sarebbe stato un giorno nuovo. Era una di
quelle sere senza futuro. La speranza di una vita migliore era così vana, ma
lui non ci faceva caso. Le cose erano così da così tanto tempo che secondo lui,
sarebbe potuto continuare in questo modo per tanto altro tempo ancora. Ma le
cose stavano cambiando, e lui non voleva aprire gli occhi, l’eroina li teneva
ben chiusi. Questo era certo. Indubbiamente quel buio gli faceva piacere, lo
rilassava, l’importante quindi era non aprire gli occhi, e lui non l’avrebbe
fatto.
Scese dalla macchina, su di lui cadeva acqua, ma non
si sentiva pulito, al contrario quel’acqua lo faceva sentire sporco e bagnato.
Si sentiva fradicio, umido, intriso da qualcosa di lercio. E più pioveva e più
la sensazione aumentava intensità. La sua testa girava come gli girava il mondo
tutto intorno. Con le braccia allargate e i palmi delle mani rivolti verso
l’alto, verso quel cielo nero, pensava che pioveva sempre sul bagnato e che non
poteva piovere per sempre. Aspettava. Aspettava. Aspettava la svolta, il vento
di cambiamento. Stava attendendo e sentiva il vento soffiare sul suo viso
smunto, ma al momento l’unico vento che tirava era una gelida tramontana che lo
faceva gelare di fronte a tutto quello che gli si prospettava all’orizzonte.
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